PAOLO ZANELLA

la Politica per il bene comune

.

.

.

elezioni provinciali del 22 ottobre 2023

COME GARANTIRE UN FUTURO AL SISTEMA SANITARIO

Published by

on

Era il 1978 quando la prima ministra donna del Paese, la partigiana Tina Anselmi, istituiva il Servizio Sanitario Nazionale, pubblico e universalistico, dando piena attuazione all’articolo 32 della nostra Costituzione. Oggi non si può certo dire che quel sistema, istituito a tutela del bene più prezioso, goda di buona salute. Il 18° Rapporto sanità CREA dell’Università di Tor Vergata lancia infatti l’allarme sulla tenuta del SSN che richiede riforme e adeguati finanziamenti per non rischiare un “universalismo selettivo”. Sotto il governo leghista anche il nostro Sistema Sanitario Provinciale sta mostrando segnali di crisi, attenuati in parte dalla dedizione del (poco) personale sanitario. La spesa privata per la salute nel 2021 è tornata a crescere in tutto il Paese e anche in Trentino, seppur in percentuale minore, soprattutto in prestazioni specialistiche, a conferma del fatto che sempre più spesso il privato sostituisce il pubblico, invece di integrarlo. Le liste d’attesa si allungano, per uno sbilanciamento tra domanda – in crescita a causa dell’aumento degli anziani e delle cronicità, ma anche di richieste inappropriate – e offerta – limitata soprattutto a causa della carenza di personale nel settore pubblico. E il nodo più critico resta proprio quello del personale sanitario, che scarseggia per gravi errori politici di pianificazione. Privatizzazione più o meno strisciante, difficoltà a fornire risposte in tempi adeguati, carenza di personale sono fenomeni chiaramente intrecciati tra loro, che restituiscono un quadro preoccupante dello stato di salute in cui versa la sanità trentina. Per cercare di garantire un futuro al nostro SSP credo si debbano focalizzare gli sforzi su tre ambiti, anche in questo caso fortemente connessi: investire adeguate risorse economiche; adottare misure per garantire la sostenibilità complessiva del sistema; ridare centralità al personale sanitario. 

Il SSN e quello provinciale partono da una situazione di sottofinanziamento in cui anche l’aumento di risorse investite durante la pandemia non è diventato strutturale:  nel 2025 la percentuale di spesa sanitaria pubblica/PIL scenderà al 6,2%, meno addirittura del 6,4% del 2019, anno in cui in Germania era addirittura del 9,9%. A questa già difficile situazione si aggiunge una previsione di incremento dei costi dovuta all’aumento della popolazione anziana e quindi delle comorbidità e della cronicità, ma anche al continuo progresso tecnologico della medicina. In Trentino si stima che nel 2040 servirà un terzo di risorse in più (450 milioni) per far fronte ai bisogni di salute della popolazione. Se si vorrà continuare a garantire una sanità pubblica, e quindi equità nell’accesso, è necessario che il territorio mantenga un elevato sviluppo – e le entrate pubbliche conseguenti – per poter dedicare adeguate risorse alla salute. Sappiamo quanto questo necessario sviluppo sia oggi a rischio a causa della carenza di lavoratori, dovuta essenzialmente alla transizione demografica in atto e alla sempre minor attrattività di un territorio con i costi delle vita tra i più alti d’Italia e i salari più bassi del Nord Est. Su questi fattori si dovrà agire a livello locale, così come su politiche migratorie di accoglienza a livello nazionale, unica strada per rendere attrattivo il territorio e ripopolare il Paese, garantendo un futuro sostenibile anche al sistema sanitario.

Alla sostenibilità complessiva della sanità pubblica deve concorrere però anche un ripensamento complessivo dei sistemi sanitari. Serve spostare una parte importante degli investimenti dall’acuzie alla prevenzione, in un’ottica one health (quindi non solo in sanità, ma anche a scuola, nei luoghi di socialità, nelle politiche ambientali,…), alla medicina e infermieristica di iniziativa e comunità, che prevenga e presidi i problemi di salute, riducendo così gli impatti sociali ed economici della malattia. In quest’ottica diventano fondamentali l’integrazione con i servizi sociali e con il welfare di comunità, il potenziamento della medicina di base, delle cure domiciliari e degli ospedali di comunità, come argine all’utilizzo improprio dei servizi sanitari per acuti, più costosi e spesso inadeguati alla gestione della cronicità. Un utilizzo appropriato dei servizi sanitari – che dovrebbe essere guidato dai medici di base e dai futuri infermieri di famiglia – sarà d’altronde un tassello importante per garantire  la sostenibilità del sistema: ogni bisogno di salute deve trovare risposta nel giusto setting di cura, che dia risposte con risorse proporzionate ai bisogni. Oltre a prevenzione e cure primarie resta ovviamente fondamentale il ruolo degli ospedali per acuti, la cui sostenibilità, appropriatezza e qualità delle cure, specie nel caso di alte specialità, dipende dal bacino di utenza minimo per garantire l’expertise di chi in quei contesti opera. È in base a questo principio che si deve ragionare nella strutturazione della rete ospedaliera, rimettendo al centro anche il ruolo della Regione e dell’Euregio, evitando la dislocazione di alte specialità in contesti periferici, dove la casistica non è sufficiente a garantire qualità e ad attrarre specialisti già carenti.

E la carenza di personale rimane oggi la questione principale che la sanità si trova ad affrontare. Mancano medici, infermieri e altri professionisti sanitari, non solo a causa del pensionamento massivo dei baby boomer a fronte di una mancata programmazione, ma anche a causa di dotazioni che sono strutturalmente inadeguate, specie oggi che si deve affrontare l’aumento dei bisogni dovuto all’invecchiamento (gli infermieri sono 6,6/1000 abitanti in Italia, meglio in Trentino con 7,7, ma a fronte di una media UE verso cui tendere di 8,6). Secondo il citato rapporto CREA per allinearsi al livello di altri Paesi europei di riferimento, in Italia mancano all’appello 30.000 medici e 250.000 infermieri e comunque, solo per attuare il modello disegnato dal PNRR con il potenziamento del territorio, con le Case e gli Ospedali di comunità, servirebbero 40-80.000 professionisti in più. La carenza di attrattività della professione (e dei corsi di laurea abilitanti), è dovuta in primis a una sbilanciamento tra responsabilità professionali e retribuzione, di gran lunga inferiore alla media europea, ma anche a un lavoro considerato faticoso in un contesto organizzativo sempre più complesso (si pensi anche alle RSA). Lavorare per trattenere il personale e per attrarlo, in un mercato europeo fortemente concorrenziale, significa quindi agire sulla leva retributiva, per ridurre il gap coi Paesi europei più avanzati, ma anche creare quel contesto organizzativo che permetta un lavoro sereno e garantisca un adeguato sviluppo professionale. Per lavorare in tale direzione, in attesa che la riprogrammazione della formazione del personale sanitario sortisca i benefici sperati, è fondamentale riorganizzare i processi lavorativi, sgravando il personale sanitario di attività improprie, da quelle amministrative a quelle logistiche, da affidare a segretari e ingegneri gestionali, più facilmente reperibili. Anche rendere i medici di medicina generale dipendenti dell’APSS, in questo momento di estrema difficoltà, potrebbe attrarre giovani professionisti da altri territori, che si vedrebbero riconosciuti maggiori diritti lavorativi e la possibilità di vedersi assegnati direttamente spazi, struttura amministrativa e la possibilità di maggiore collaborazione interdisciplinare. È infine evidente che, in un Paese vecchio e in decrescita demografica, l’apporto di nuovo personale non potrà che passare attraverso l’accoglienza, l’inclusione e la formazione di persone migranti. Ma su questo si potrebbe aprire un altro capitolo di discussione.

Queste sono solo alcune piste di lavoro, non certo le uniche percorribili, per provare a garantire sostenibilità al sistema sanitario pubblico e quindi tutelare il diritto alla salute per tutti/e, tema che richiede massima attenzione e che sarà cruciale nella prossima campagna elettorale.

Pubblicato su il Nuovo Trentino del 4 maggio 2023.

Scopri di più da Paolo Zanella

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere