PAOLO ZANELLA

la Politica per il bene comune

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elezioni provinciali del 22 ottobre 2023

L’ULTIMA OPPORTUNITÀ: DEMOGRAFIA, LAVORO, MIGRANTI

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Mentre il festival dell’economia si sta occupando del “futuro del futuro”, a noi tocca concentrarci su un complicatissimo presente, frutto di un passato dove di “futuro del futuro” ci si è occupati ben poco. E così il futuro ci è piombato addosso con un’accelerazione senza precedenti, portando con sé quelle sfide epocali che ben conosciamo. Non essersi fatti carico dei grandi cambiamenti climatici, socio economici, demografici, i cui esiti erano prevedibili da decenni, sta infatti rendendo impegnativo il tempo presente, di fatto l’ultima finestra di opportunità per invertire la rotta e con lungimiranza rendere più sostenibile ed equo il mondo che viviamo. Una sfida tanto globale, quanto locale, che va affrontata con approcci innovativi che orientino davvero nuovi modelli di sviluppo, a livello territoriale anche facendo leva sulla nostra Autonomia. I cambiamenti climatici – rappresentati plasticamente dall’alluvione in Romagna dopo mesi di siccità – richiedono di mettere in campo rapidamente azioni concrete di mitigazione e adattamento. La crescita delle disuguaglianze, alimentata dal neoliberismo, ci impone di contrastare precariato e lavoro povero e di rendere concretamente accessibile il diritto alla casa e alla salute per tutti/e.

Oltre a queste istanze, negli anni, sono cresciute le richieste di riconoscimento di diritti civili e di tutele dalle discriminazioni, che le persone LGBTQIA+ portano avanti sempre più in alleanza con tutte le altre minoranze con un approccio intersezionale, che tiene conto anche dei determinanti sociali – sempre più pressanti a fronte delle disuguaglianze socio- economiche crescenti – nel generare esclusioni, specie laddove vi sono minoranze. Legge contro l’omolesbobitransfobia, riforma della legge sulla transizione di genere (avanguardia nel 1982, ma oggi ampiamente superata) con al centro il principio di autodeterminazione, matrimonio egalitario, possibilità di adozioni per single e coppie omosessuali, pieno riconoscimento del genitore sociale, al di là di come sia venuto al mondo il/la bambino/a, tutela e accompagnamento di ragazzi/e con varianza di genere. Queste le principali rivendicazioni dei Pride odierni in termini di diritti.

Per dare corpo alla transizione ecologica e contrastare le disuguaglianze socio economiche – oltre alla volontà politica di farlo, che in chi governa oggi non si riscontra – servono persone che se ne occupino (quello che con una brutta locuzione viene definito capitale umano) e risorse da investire. Considerato che la quantità di risorse pubbliche nella nostra Provincia autonoma dipende direttamente dal gettito locale, avere un numero sufficiente di lavoratori e lavoratrici perché il “sistema Trentino” funzioni è la precondizione essenziale per far fronte alle grandi sfide in atto. Ecco perché oggi il problema prioritario da affrontare è quello demografico, come ben evidenziava qualche giorno fa in un suo editoriale il direttore Casalini. Non solo in termini di necessario riequilibrio tra le generazioni attraverso politiche di sostegno strutturale alla genitorialità (magari lavorando anche perché questa sia consapevole e realmente condivisa), ma attraverso politiche tese a ripristinare nel breve termine una popolazione attiva congrua alle necessità del mondo del lavoro. Da questo punto di vista infatti il sostegno alla genitorialità – sempre che riesca ad invertire il trend in atto – impatterà solo nel lungo periodo. Ma il problema della carenza di lavoratori e lavoratrici sta deflagrando ora e non nel “futuro del futuro” e con essa è a rischio la sostenibilità del sistema nel suo complesso. La questione è in sintesi questa: come pensiamo di rispondere nel breve-medio termine al drammatico calo della popolazione attiva dovuto all’effetto congiunto del pensionamento dei baby boomer e della progressiva contrazione delle nascite, al quale si unisce la scarsa attrattività del nostro Paese, che porta a migrare i/le giovani laureati/e e persino le persone straniere? Questo il tema che sistematicamente ripropongo da anni nel dibattito in Consiglio provinciale e al quale da destra non giunge nessuna risposta. Già oggi le parti sociali denunciano la carenza di personale in tutti i settori e il quadro è destinato rapidamente a peggiorare. L’ISPAT stima che tra sette anni in Trentino mancherà un quarto della forza lavoro e la Cgia di Mestre che già nel 2027 mancheranno circa 50mila lavoratori. L’impatto sarà tale che, nonostante i processi di digitalizzazione e automazione del lavoro in atto, non solo verrà minata la possibilità di realizzare il tanto agognato mito del “lavorare meno per lavorare tutti” (che oggi le nuove generazioni tornano a rivendicare con le “grandi dimissioni” a tutela della qualità delle loro vite), ma rischia di concretizzarsi un più realisticamente triste “lavorare tutti sì, ma lavorare di più”. Per evitarlo sarà necessario fare leva sia sull’attrattività, che, in modo più strutturale, sulle politiche migratorie.

La scarsa attrattività riguarda l’intero Paese, unico in Europa dove i redditi medi sono calati negli ultimi trent’anni. Il risultato è che in Italia da qualche anno nemmeno il saldo migratorio compensa più quello naturale e la decrescita demografica galoppa. Anche il Trentino – nonostante la popolazione sia tornata leggermente a crescere dopo due anni in calo – sta perdendo progressivamente appeal: salari bassi, precariato e un costo della vita e della casa insostenibili non solo non attraggono, ma fanno migrare altrove i/le laureati/e, privando il territorio di quel valore aggiunto necessario per progettare e realizzare il nuovo modello di sviluppo di cui vi è assoluto bisogno. Diventa quindi fondamentale investire a livello locale per invertire questo trend, facendo leva su progettualità innovative e sfidanti che sappiano attrarre e trattenere talenti, puntando sulla qualità del lavoro e sul riequilibrio tra i tempi di vita e quelli lavorativi, ma anche sul contrasto al lavoro povero e al precariato, utilizzando tutte le leve che l’Autonomia ci mette a disposizione, dagli aiuti/sgravi alle imprese vincolati a investimenti e miglioramenti delle condizioni contrattuali – specie per giovani e donne – al rinnovo puntuale dei contratti del pubblico impiego. Attrarre e quindi contendersi lo scarso numero di lavoratori e lavoratrici tra Regioni, però, non risolverà il problema della mancanza in termini assoluti di popolazione attiva. Ecco che quindi, anche un Paese che ha sempre osteggiato e mal gestito l’immigrazione, volente o nolente, dovrà rivedere le proprie politiche migratorie. Su questo ciò che preoccupa è il pensiero di chi oggi governa, che agita lo spauracchio della sostituzione etnica e che vede nell’immigrazione esclusivamente lo strumento per dare risposte alle imprese nel fronteggiare la grave carenza di forza lavoro. Immigrati come forza lavoro, appunto, e non persone. Forza lavoro alla quale non riconoscere bisogni e diritti: casa, socialità, genitorialità, inclusione, formazione, partecipazione, sostegno nelle difficoltà. L’abbiamo sperimentato con la giunta leghista, con il requisito dei dieci anni di residenza per accedere agli aiuti ai quali i trentini doc hanno invece diritto per nascita. Ragionando così si rischia solo di generare segregazione – etnica e professionale – e di minare la coesione sociale, perdendo quella che potrebbe rappresentare una grande occasione di incontro tra opportunità. Da una parte la possibilità di ripopolare, rivitalizzare, ridare speranza a un Paese in difficoltà. Dall’altra quella di ricostruirsi una vita altrove, spesso lontano da guerre, carestie e miseria. In quest’ottica andrebbero piuttosto rivisti i modelli di accoglienza – e su questo molto si può fare anche a livello locale – dando una reale opportunità di inclusione a chi migra nel nostro Paese, potendosi formare e integrare nella nostra società, ambendo a ricoprire qualsiasi ruolo, lavorativo e non, anche attraverso una riforma della cittadinanza. Servono investimenti in tal senso, anche a livello trentino, perché più saremo in grado di garantire l’incontro tra culture, di realizzare condizioni di reale integrazione e di equità di accesso alle opportunità per tutti/e, più garantiremo sostenibilità sociale al territorio e saremo attrattivi. Oggi la sfida si gioca qui, sulla capacità di creare contesti accoglienti e inclusivi e non banalmente sulla ricerca di manodopera grazie all’adeguamento del decreto flussi a (pessima) legge vigente. Se nell’immediato non sapremo gestire con intelligenza e visione sfide epocali come questa, temo che i ragionamenti sul “futuro del futuro” ci serviranno a ben poco.

Pubblicato su il T quotidiano del 26 maggio 2023.

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