La difesa dell’assessore Bisesti di fronte all’accusa di aver eliminato i corsi di educazione alla relazione di genere è davvero misera. Difesa, tra l’altro, da un’accusa che lui stesso ha travisato. L’onorevole Sara Ferrari, infatti, ha semplicemente constatato quanto accade sul nostro territorio: non si fa abbastanza per prevenire la violenza di genere ed è stato interrotto un percorso virtuoso a ciò destinato, avviato proprio da lei con la precedente Giunta. Il che non significa riconoscere responsabilità di questa Giunta negli ultimi femminicidi, ma riconoscere la responsabilità politica – quella sì – di chi oggi governa scuola e pari opportunità nel non impegnarsi a sufficienza nel prevenire la violenza di genere che potrà avvenire in futuro, ma che avviene già oggi, visti gli ultimi episodi nazionali che hanno interessato i e le più giovani.
È infatti la scuola – l’agenzia educativa democratica per eccellenza – a raggiunge tutti e tutte, anche chi magari già vive in contesti di violenza. Ed è la scuola il luogo dove affrontare la questione delle corrette relazioni tra uomini e donne, ma nel giusto modo e con le dovute competenze. Proprio per questo erano nati i percorsi di educazione alla relazione di genere con il supporto scientifico dell’Università e una rete di formatori e formatrice che negli anni aveva raggiunto sempre più scuole. I percorsi di cui parla Bisesti, pur contribuendo al contrasto alla violenza, lo fanno secondo l’approccio di questa Giunta, che invece di agire a monte dei fenomeni nel profondo, cercando di prevenirli, si limita a insegnare a coglierne le manifestazioni (vedi il cyberbullismo) e a contrastarli quando già in essere, anche con l’intervento delle forze dell’ordine e della procura, garanti della sicurezza, ma non di certo della decostruzione delle asimmetrie di genere.
I corsi di educazione alla relazione di genere si sarebbero dovuti rendere strutturali e resi obbligatori in tutte le scuole, invece appena insediata questa Giunta li ha sospesi, sbandierando lo spauracchio gender. Sì, perché in quei corsi si insegnava a decostruire stereotipi e ruoli di genere e l’idea cristallizzata di un’asimmetria anche nelle relazioni affettive. Meccanismi anche alla base di omolesbobitrasfobia, motivo per cui ne era inviso l’insegnamento.
Decostruire la maschilità tossica e sostenere l’autodeterminazione delle donne sono processi importantissimi in una società ancora fortemente patriarcale e hanno conseguenze importanti sull’impostazione di corrette relazioni tra i generi. Non a caso proprio di questo hanno parlato su il T Quotidiano due accademiche, la professoressa Alessia Donà e la dott.ssa Alessia Tuselli (e oggi anche la professoressa Barbara Poggio ) componenti del Centro di Studi interdisciplinari di genere della nostra Università, che aveva contribuito in modo determinante alla nascita dei suddetti corsi.
Quella stessa Università bistrattata dal suo assessore di riferimento, che la taccia di aver tenuto corsi dai “contenuti inopportuni” (chissà di quali parla e con che metro li ha giudicati…), invece di ricordarne l’impegno e i meriti nel contrasto alla violenza di genere, come la campagna #finiscequi, riconosciuta da poco a livello internazionale per il suo grande valore d’inclusione e contrasto alla violenza.
Pubblicato su il T quotidiano del 1 settembre 2023.



